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Maurice Scheltens e Liesbeth Abbenes

La potenza delle fotografie di Scheltens e Abbenes si cela nella loro abilità di rivelare visivamente i molti strati di significato delle cose. Trasportano l’osservatore nel loro modo di guardare il mondo e impiegano una gran varietà di strategie, come quella di incorniciare le scene in modi sorprendenti, creando composizioni insolite e zumando su dettagli che solitamente sfuggono all’attenzione dell’osservatore. Ho incontrato Maurice e Liesbeth su Skype dal loro rifugio domestico ad Amsterdam. Durante l’isolamento, su richiesta di Flos, hanno rivolto l’obiettivo all’interno per documentare la loro casa e gli oggetti che la abitano

Text Louise Schouwenberg
Photography Scheltens & Abbenes
From Flos Stories Issue 1

Le fotografie di Maurice Scheltens e Liesbeth Abbenes sono insieme riproduzioni di scene incredibilmente familiari e dipinti astratti composti da colori e linee. Spingono lo spettatore a guardare al mondo con occhi diversi, ad andare oltre ciò che già conoscono e a mettere insieme, pezzo per pezzo, una propria narrativa personale. Che sia la matita sulla nostra scrivania, la lampada nell’angolo, la tenda davanti alla finestra o la sedia in paziente attesa di qualcuno si sieda, gli oggetti rivelano qualcosa sulle nostre vite.

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Sebbene ogni cosa, isolata, abbia un’aura di autosufficienza, contiene anche una moltitudine di riferimenti a un mondo al di là di sé. La consapevolezza di questo mondo “oltre” aumenta quando gli oggetti vengono combinati e si tracciano delle linee narrative. Questa qualità ci consente di identificarci con le cose che ci circondano nella vita quotidiana. Le cose rivelano ciò che siamo e ciò che vogliamo essere.

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Scheltens e Abbenes tendono a finire l’uno le frasi dell’altra. Dopo una vivace conversazione, Schouwenberg ha fuso le loro risposte qui, creando una storia in comune.

 

 

LOUISE SCHOUWENBERG: Come descrivereste ciò che fate mentre fotografate?

SCHELTENS AND ABBENES: Ci chiediamo come possiamo penetrare nelle cose? Come facciamo ad andare oltre la superficie, oltre la consistenza e il colore, oltre la cosa stessa? Toccando ogni aspetto con l’occhio della fotocamera, proviamo a raggiungerne il nocciolo. Con le immagini diciamo “ecco, questo è il vero aspetto delle cose” e contemporaneamente mettiamo in discussione ciò che guardiamo, invitando l’osservatore a fare la stessa cosa. La realtà rimane un mistero da mettere a nudo, riconoscendo al contempo che rimarrà un mistero anche dopo averne rappresentati i più piccoli dettagli.

 

LOUISE SCHOUWENBERG: Avete ricevuto l’incarico di fotografare una serie di lampade iconiche prodotte da Flos, un’azienda italiana nata nel 1962 con lo scopo di reinventare la nozione stessa di illuminazione artificiale. Avete fatto ricerche sulla storia dell’azienda prima di iniziare il lavoro?

SCHELTENS AND ABBENES: Naturalmente conosciamo Flos e abbiamo grande rispetto per le lampade intramontabili che produce. Non potremmo lavorare con un marchio se i suoi prodotti non si armonizzassero con il nostro senso di qualità ed estetica. Ma non abbiamo fatto ricerche sulla storia di Flos per poi creare un’immagine che le corrispondesse. Abbiamo iniziato osservando intensamente gli oggetti, cercando di scoprire i segreti che si nascondono dietro le loro forme e i loro colori. Per ogni scatto siamo partiti da zero e abbiamo creato un numero infinito di variazioni. La sperimentazione è il cuore del nostro solito modo di lavorare. Si potrebbe dire che il nostro modo di lavorare è in linea con l’ambizione di Flos: reinventare la nozione di illuminazione, più e più volte.

 

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LOUISE SCHOUWENBERG: Per la prima volta avete utilizzato i vostri spazi abitativi come sfondo per ciò che volevate fotografare.

SCHELTENS AND ABBENES: Abbiamo ricevuto l’incarico poco dopo l’inizio della crisi del coronavirus. La maggior parte della vita pubblica si è fermata e le persone sono dovute rimanere a casa; per noi non è stato un grosso problema. Dopotutto, siamo abituati a restare in “quarantena volontaria”. Flos ci ha chiesto di organizzare il servizio fotografico all’interno di casa nostra. Viviamo e lavoriamo in questo posto, ma non abbiamo mai utilizzato la nostra casa e i suoi interni come elementi delle nostre fotografie. Stavolta i nostri spazi abitativi personali sarebbero diventati i protagonisti degli scatti, o per lo meno sarebbero stati molto presenti in ogni fotografia. Solitamente costruiamo le scene davanti alla fotocamera e ci assicuriamo che tutti gli aspetti (oggetti, superfici, contesto circostante) siano del tutto costruiti e controllati da noi. Collocare le lampade sullo sfondo della nostra casa è stata un’esperienza piuttosto fuori dal comune per noi. Ci ha fatto guardare il luogo in cui viviamo con occhi nuovi.
Dopo aver studiato le proprietà di ogni singola lampada, abbiamo cercato un luogo di casa nostra che offrisse la possibilità di costruirvi attorno uno scenario, fingendo che la lampada fosse sempre stata lì. Come sempre, abbiamo composto ciascun set per l’occhio della fotocamera. Ma questa volta, in ogni scena, è visibile una parte della nostra casa.

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LOUISE SCHOUWENBERG: La funzione della lampada ha svolto un ruolo nelle vostre scelte?

SCHELTENS AND ABBENES: Abbiamo guardato ogni lampada come se fosse una forma, una sagoma, un elemento composto da linee e colori. La sua funzione non contava veramente. Se si posiziona Lampadina (di Achille Castiglioni) dietro il vetro di un armadietto, si celebra l’oggetto, non la sua funzionalità. Alcuni oggetti si fondono e armonizzano con il resto degli interni, come gli oggetti funzionali tendono a fare nelle normali collocazioni. Ne sono un esempio Wirering (di Formafantasma) e la lampada a forma di aquilone Ariette [di Tobia Scarpa], appesa in mezzo a una serie di colorati aquiloni di carta. E ovviamente c’è Toio (di Achille e Pier Giacomo Castiglioni), la nostra preferita, ritratta nel nostro salotto.
Abbiamo discusso a lungo su quante panoramiche avremmo fatto, o se avremmo sempre zumato su una piccola parte degli interni e sull’oggetto che vi si trovava. Avremmo costruito scene che avrebbero deviato dalla casa vera e propria? La questione era sostanzialmente se creare una rappresentazione teatrale o mostrare la realtà. Alla fine abbiamo scelto una via di mezzo. Sappiamo per certo che non volevamo mostrare la nostra casa come per dire: “Guardate come è bella la nostra casa”. Eravamo più inclini a creare immagini in grado di far sorgere un dubbio nell’osservatore, se si trattasse davvero della nostra casa o di un set artificiale. In effetti, anche se le immagini sono state scattate in casa nostra e ne mostrano chiaramente alcuni scorci, evocano la stessa domanda che caratterizza la maggior parte dei nostri lavori: “Cosa sto guardando?” Per questo motivo, ci siamo concentrati sul realizzare composizioni still life. Ad esempio, posizionando vari oggetti in poliestere che erano sparpagliati per la casa accanto alla Bellhop (di Edward Barber e Jay Osgerby).

 

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LOUISE SCHOUWENBERG: A causa dei pericoli legati al virus, le persone sono dovute rimanere in casa. Ma suppongo che questa crisi non abbia cambiato molto il vostro solito modo di lavorare, giusto? Dopotutto, vivete e lavorate qui.

SCHELTENS AND ABBENES: Per quanto riguarda il lavoro, le regole del coronavirus non hanno cambiato molto le cose, a parte il fatto che ci è voluto molto più tempo per ogni progetto. Ma dal punto di vista del vivere e lavorare, ci sono stati cambiamenti sostanziali. Come tutte le famiglie, avevamo i figli a casa 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, perché le scuole erano chiuse. Dovevamo seguire la didattica a distanza, che ha rappresentato una grande difficoltà, ovviamente, dato che non ci eravamo abituati. Solitamente abbiamo la casa vuota e molte ore per concentrarci pienamente sul lavoro. Questa volta la vita domestica, la scuola e il lavoro si fondevano.
Ciò che è cambiato è stata anche l’organizzazione dei servizi fotografici. I servizi commissionati dalle aziende spesso coinvolgono molte persone sul set, compreso il direttore artistico dell’azienda, l’assistente, il producer, l’assistente di produzione, il catering, le persone che installano i prodotti, eccetera. Ma questa volta gli oggetti da fotografare sono arrivati con un furgone e noi eravamo gli unici sul set.

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LOUISE SCHOUWENBERG: È stato un vantaggio?

SCHELTENS AND ABBENES: Ci piace collaborare con gli altri. È importante comunicare molto su un incarico prima di iniziare il lavoro e può essere fonte di ispirazione ascoltare le varie idee e punti di vista sullo stesso argomento. Ma, alcune volte, questo è anche troppo. Vogliamo scoprire le cose durante il processo creativo e se ci sono troppe voci che esprimono opinioni sui risultati desiderati, queste possono diventare un elemento di disturbo e interferire sulla libertà
del processo.
Forse da questa crisi possiamo imparare che è possibile organizzare le cose in modo molto più semplice, con meno persone coinvolte, meno voci, meno costi di viaggi, catering e hotel. Si spende così tanto per un singolo servizio fotografico, ma spendere molti soldi non significa avere ottimi risultati. In tempi come questi, tutti hanno bisogno di trovare soluzioni più intelligenti e più semplici; forse questi nuovi modi di lavorare costituiranno un’alternativa per
il futuro.

 

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LOUISE SCHOUWENBERG: Soffermiamoci un attimo sul vostro abituale modo di lavorare. Come costruite i vostri set? Avete già un’immagine in mente prima di creare le configurazioni?

SCHELTENS AND ABBENES: Buttiamo giù le idee davanti all’obiettivo. Lasciamo che il caso e la sorpresa svolgano un grosso ruolo in tutto questo e non cerchiamo di fissare le idee troppo presto durante il processo.

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LOUISE SCHOUWENBERG: Durante il lavoro come comunicate tra voi? Come vi convincete a vicenda? Avete ruoli diversi in tutto questo?

SCHELTENS AND ABBENES: Comunichiamo disponendo e ri-disponendo gli elementi delle scene, rimescolando le cose davanti all’obiettivo. È un gioco infinito di spostamenti e di cercare di convincere l’un l’altra con argomentazioni visive. A volte molto armonioso, altre molto intenso. Ci sorprendiamo a vicenda cercando di ribaltare gli elementi e questa sperimentazione continua fino a raggiungere una sorta di climax; a quel punto, l’otturatore della fotocamera finalizza il processo. Sì, abbiamo ruoli diversi, ma è difficile delineare tali differenze, dato che ci alterniamo. La mossa di uno può diventare catalizzatore per l’altra. Un po’ come una partita a scacchi.

Alcune opere estratte dal portfolio di Scheltens & Abbenes: Doilies, PIN-UP Magazine, 2018.

Sotto: Eolo Tables, Arper, 2013. Doingbird, Coathangers, Dior, 2007. Knittings, Uniqlo, 2008.

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LOUISE SCHOUWENBERG: Flos ha richiesto una fotografia di voi due.

SCHELTENS AND ABBENES: Non l’avevamo mai fatto! E non siamo sicuri se mai lo rifaremo. Normalmente componiamo set artificiali di oggetti. Le persone vengono percepite attraverso la loro assenza, come se la loro aura si nascondesse, ad esempio, nelle pile di vestiti o in strane pieghe delle camicie, ma non fotografiamo mai le persone in carne ed ossa, tanto meno noi stessi! Siamo una coppia nella vita e sul lavoro, ma non vogliamo creare un’immagine sentimentale di noi due come coppia. La nostra unione si nasconde nelle fotografie che creiamo.

 

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LOUISE SCHOUWENBERG: Date degli indizi di lettura a chi osserva le vostre immagini? O cercate di rendere più oscura la comprensione di ciò che stanno guardando?

SCHELTENS AND ABBENES: Per noi, l’osservazione delle cose non è mai un processo neutrale o disinteressato. Non ci limitiamo a registrare il mondo. Lo plasmiamo. In questo processo di dargli una forma non ci sforziamo di creare mistero per il gusto di farlo, ma catturiamo la fantasia che si nasconde nell’oggetto, la narrazione che non si noterebbe altrimenti, guardando le cose come meri oggetti pratici, funzionali, finalizzati a semplificarci la vita. Per questo motivo non cerchiamo immagini perfette a tutti i costi. Se l’osservatore ottiene subito ciò che cerca, potrebbe perdere l’interesse a cercare più a fondo, per scoprire aspetti imprevisti. Per poter cogliere la bellezza di un oggetto, una fotografia deve contenere una nota stonata, qualcosa di non familiare che non si comprende immediatamente. Cerchiamo di svelare il mistero del mondo reale, in un certo senso.

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Text Louise Schouwenberg
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From Flos Stories Issue 1