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Finding Shantell Martin

Entrando nello studio di Shantell Martin al Mana Contemporary, a Jersey City, New York, si ha la sensazione di entrare in uno spazio onirico. Pareti bianche circondano un ampio open space al cui centro troviamo una scrivania bianca, con un grande schermo bianco al di sopra. Se Shantell è in giro, allora c’è anche il suo cane Blanche (che è ovviamente bianco candido) che “abbaia ma non morde”, come direbbe Shantell

Human of Light Shantell Martin
Art Director Enrico Magistro
Photography Luca Caizzi
Text Alessandro De Agostini
Special map drawing Shantell Martin
Special thanks to Saraghina, Tom Tom Magazine, Celsious Laundry

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Ognuna di quelle superfici bianche (tranne Blanche) sono ricoperte da piccole o grandi tracce del passaggio di Shantell: linee nere, ora sottili ora spesse, che creano un percorso apparentemente caotico, ma che si evolve in strane figure, volti e parole.

Tuttavia, per parlare del suo studio, così come dell’artista che lo abita, è importante soffermarsi sul lungo viaggio fatto per arrivarci. Quest’ultimo non ha niente a che fare con le 9 ore necessarie ad attraversare l’oceano, ma piuttosto con i luoghi visitati e le persone incontrate prima di conoscere effettivamente Shantell, e ciascuna di queste sembrava rispondere sempre nello stesso modo: “Farei di tutto per Shantell”.

Avere la possibilità di conoscere una persona a partire da com’è vista dai suoi amici, è un’esperienza pressoché unica. Ognuno di loro porta con sé un pezzo di lei, una traccia di quel rapporto puro, come se Shantell avesse marcato anche loro come fa con le sue opere d’arte.

Qualcuno potrebbe dire che ciò è normale quando si parla di amicizia, ma una volta scoperto il più grande mantra di Shantell, le cose potrebbero cambiare: rispondi sì a ciò che è sì, e no a ciò che è no.

Per capirci meglio, il principio è più facile a dirsi che a farsi: tutti dovrebbero dire di sì a ciò che sentiamo ne valga la pena. Ciò conduce a un puro e autentico modo di vivere, che si riflette nelle sue relazioni umane e che può essere chiaramente percepito e toccato.

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Abbiamo incontrato Mindy nel suo studio musicale, un posto che condivide con alcuni amici musicisti al piano superiore della sede della sua rivista chiamata Tom Tom, che tratta di storie di batteristi proprio come lei. Lei è impetuosa e gentile, con un tocco di sregolatezza. Indossa con orgoglio un paio di scarpe disegnate e marcate da Shantell stessa, come a dire “Guardate, la conosco, mi piace e sono sua amica”.

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L’appuntamento con Sade si è invece svolto per cena, al Saraghina, un ristorante italiano costruito con pareti di legno nero, dove Shantell ha lasciato il segno. Ogni parete abbonda di linee e parole bianche, facendo così distinguere il Saraghina in un quartiere semplice e per certi versi un po’ piatto. Sade si definisce un’autrice, una persona in grado di connettere, una narratrice, ma la prima cosa che scopriamo è che, ancora una volta, ci troviamo di fronte ad una persona profondamente connessa a Shantell.

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Prima ancora di conoscere Shantell, i suoi amici hanno svelato una vasta rete di connessioni, rendendo chiaro quanto sia grande la sua abilità di lasciare un segno sugli altri, metaforicamente e letteralmente, con piccoli tatuaggi neri disegnati sulla loro pelle.

È ormai chiaro che Shantell disegni su quasi ogni superficie, o almeno ogni superficie che la ispiri a farlo. Pareti, scrivanie, computer e lampade, come le sue due May Day di Konstantin Grcic, segnate dal suo stile inconfondibile.

Il suo approccio artistico e spontaneo spinge a un’altra interessante considerazione: nessun errore è veramente un errore. Dice: “Se mentre suono la tastiera sbaglio una nota, continuo a ripetere quella stessa nota finché non suona più come un errore”.

Bisogna in un certo senso seguire l’onda, improvvisare su uno schema predefinito, realizzando ogni volta un pezzo unico, non necessariamente da intendere come un’opera d’arte, ma che potrebbe essere qualsiasi cosa, per esempio anche solo una giornata speciale trascorsa con gli amici.

“Dammi due parole.” dice, e un istante dopo suona la sua tastiera e canta, facendo brillare tutta la sua energia all’interno dello studio.

Sun I see you, Sun I feel you, Sun I know you, Sun I touch you. Porcupine, PorcuTime. Time too much and time too less, and time to figure out why we wanna be too much less, as the porcupine pokes me in the spine, pokes me in my mind. Porcupine pokes me in the spine; it makes me think about why we are here, it makes me think about time and time and time.

Il bello è che questo articolo è stato scritto come ci ha insegnato Shantell Martin: seguendo l’onda.

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Art Director Enrico Magistro
Photography Luca Caizzi
Text Alessandro De Agostini
Special map drawing Shantell Martin
Special thanks to Saraghina, Tom Tom Magazine, Celsious Laundry