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Visita in Studio con Barber and Osgerby

Sono passati quasi trent’anni da quando Edward Barber e Jay Osgerby hanno iniziato la loro collaborazione. Guardando indietro, ci si rende conto di quanto sia stata un’esperienza fortunatissima, iniziata con un’amicizia al Royal College of Art nel 1992 e diventata poco dopo uno studio nell’appartamento che condividevano a Notting Hill. Dopo essersi laureati in architettura, hanno trascorso il tempo creando progetti, sebbene entrambi avessero una passione per gli elementi di design di dimensioni più piccole: per questo si sono lasciati trasportare verso la progettazione di arredi iniziando a creare per colossi del design

Product Bellhop Floor
Designer E. Barber and J. Osgerby
Interview Sujata Burman
Photography Pablo Di Prima

Da Londra, lo studio ha una mentalità decisamente internazionale, e negli anni ha dato alla luce numerosi progetti di illuminazione, dalla Torcia olimpica del 2012 alla lampada Bellhop del 2016 (e la sua versione da terra del 2020) per Flos. Con lo sguardo rivolto al design senza tempo, hanno affrontato la pandemia da uno studio versatile, disposto su più piani. Su Zoom, puntano i riflettori sulla loro storia trentennale rimanendo seduti nel loro studio dell’East London, circondati dalle loro opere. Ci raccontano storie sulla ciotola giapponese che ha ispirato Bellhop, confrontano la scelta dei colori a quella del nome per un figlio e spiegano come hanno perfezionato il loro lavoro per lavorare con le aziende storiche del design.

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SUJATA BURMAN: Il vostro studio si è trasferito più volte da una zona all’altra di Londra nel corso degli anni, questo come ha influenzato la vostra attività ad oggi?

EDWARD BARBER: Dopo l’ appartamento di Notting Hill, ci siamo trasferiti a Trellick Tower; al 22° piano, avevamo una vista incredibile. Ci ho vissuto per circa sei anni, abbiamo tenuto lì lo studio per tre. Poi ci siamo spostati nei laboratori di Isokon (a Chiswick). Lì era fantastico perché eravamo vicini ai laboratori del legno, abbiamo imparato molto sulla produzione di mobili e in particolare sul compensato.
Molti dei primi pezzi che abbiamo progettato erano in compensato, perché era un materiale già disponibile nei laboratori. All’epoca facevamo piccoli progetti di architettura e per uno di essi abbiamo disegnato l’arredamento di un ristorante. Uno dei pezzi era un tavolino basso, che abbiamo chiamato Loop Table, fatto di compensato di betulla. Quel tavolino fu davvero il nostro trampolino di lancio nel mondo dell’arredamento, perché è stato notato da Giulio Cappellini nel 1997. In quel periodo Cappellini era l’azienda di design più interessante, che lavorava sia con giovani designer, sia con designer affermati e [Giulio] ci disse di volerlo produrre. Così abbiamo avuto fortuna sin dal primo pezzo progettato. Penso che quello sia stato il momento in cui abbiamo cambiato l’oggetto della nostra attenzione, quando ci siamo resi conto di essere più interessati alla progettazione di mobili piuttosto che all’architettura.

JAY OSGERBY: In parte perché è un processo più rapido. Quando realizzi un progetto architettonico, l’unica cosa che fai è un prototipo. Non arrivi mai a produrre qualcosa. Non hai possibilità di cambiare il progetto, sviluppare e ripensare un’idea, mentre nell’arredamento e nel design dei prodotti, lo puoi fare.

 

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SUJATA BURMAN: Ci deve essere un collegamento diretto ai materiali che non si ha con l’architettura.

JAY OSGERBY: Raramente lo si ha in architettura, per lo meno non nello stesso modo.

EDWARD BARBER: Si ha molto più controllo che con l’architettura, dove ci sono così tante incognite…

JAY OSGERBY: I mobili rappresentano lo strato tra il corpo e l’edificio. Gli esseri umani all’interno degli edifici sono sperduti e sono effettivamente gli oggetti a fungere da ponte tra l’edificio e l’essere umano.

EDWARD BARBER: Se si prende una stanza vuota, bianca, ad esempio, non trasmette molto fino a che non si mette un oggetto al suo interno. Una bella sedia e un tavolo trasformano completamente lo spazio. I mobili aiutano a definire gli spazi.

JAY OSGERBY: Altrimenti si è in una situazione in cui c’è un bellissimo spazio con luce naturale, poi il cielo diventa nuvoloso, fa buio e non c’è un posto dove sedersi.

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UJATA BURMAN: Parlando di luce, come avete iniziato a progettarla?

JAY OSGERBY: All’inizio degli anni 2000 avevamo quattro o cinque idee che riguardavano la luce e sapevamo che all’epoca c’era solo un produttore a cui volevamo rivolgerci: Flos. Così abbiamo trascorso molto tempo a pensare ai progetti da proporre. Abbiamo sempre avuto la sensazione di saper scegliere a colpo d’occhio il miglior produttore in ciascun campo ed è così che ci siamo avvicinati a Flos.

EDWARD BARBER: Abbiamo lanciato il nostro primo progetto con Flos nel 2007, ovvero la lampada Tab. Ce l’abbiamo entrambi a casa nostra e in studio, è una bella, piccola lampada da lavoro. È stata un successo e lo è stato per quasi 10 anni fino a che non abbiamo creato un’altra lampada di successo, la Bellhop.

JAY OSGERBY: Penso che ci sia sempre piaciuta di più la luce proveniente dalle lampade. Una delle cose che di solito capitano spesso in architettura è che gli architetti e i lighting designer fanno il loro meglio per far sembrare lo spazio quanto più teatrale possibile. Non necessariamente pensano di creare ambienti intimi, che è quello che si ottiene con le lampade. Nel complesso, si ottiene una qualità di illuminazione migliore con una lampada: ripeto, è più umana.

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SUJATA BURMAN: Com’è una tipica giornata in studio per voi?

JAY OSGERBY: Prima del lockdown trascorrevamo metà del tempo lì e metà all’estero [per far visita ai nostri produttori]. È una costante, passare dall’osservare i prototipi al buttare giù qualche idea, parlare, sedersi sulle cose, cercare di rompere le cose, provare le cose. Fino a poco tempo fa facevamo anche molte conferenze e lezioni.

EDWARD BARBER: Quando si lancia un nuovo prodotto, a seconda dell’azienda e della loro ambizione per il progetto, spesso si viene mandati in giro per il mondo per promuoverlo… se da un lato può essere divertente, dall’altro è bello passare più tempo a casa con la famiglia. Vengo in studio da maggio praticamente tutti i giorni. È da febbraio che lo studio non è al completo, quindi in effetti da un po’ non viviamo il solito spirito di squadra ed è un peccato.

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SUJATA BURMAN: Parlatemi un po’ di più della lampada Bellhop. Quando è stata disegnata la prima volta?

EDWARD BARBER: In origine l’avevamo creata per il ristorante del London Design Museum nel 2016. A Flos è piaciuta molto e ha deciso di produrla. Allora l’abbiamo lanciata nel 2017 ad Euroluce. L’idea era che il ristorante potesse caricarla durante il giorno e metterla sui tavoli la sera. Ma una volta disegnata ci siamo resi conto che era un bell’oggetto da tenere in casa. La si può portare in giro, è come un’amica da avere sempre con sé. In sostanza è come avere una candela che si sposta con noi da una stanza all’altra.

JAY OSGERBY: In origine erano in metallo e la produzione era ridotta.

 

SUJATA BURMAN: Qual è stata l’ispirazione iniziale alla base della sua forma?

JAY OSGERBY: Mentre stavamo parlando con Flos in merito al progetto del Design Museum, avevamo per caso una bellissima ciotola giapponese in studio. Ci siamo limitati ad abbassare le luci e a puntare una torcia nella parte inferiore di questa ciotola. La luce riflessa che rimbalzava dalla porcellana era davvero splendida. Così abbiamo pensato, “come possiamo ricrearla?” Quello è stato il punto d’inizio, anche se può sembrare astratto.

EDWARD BARBER: In un ristorante, il riflesso della luce deve puntare lontano dal tavolo. Se due persone sono seduta l’una di fronte all’altra, la luce non dovrebbe essere abbagliante. Per questo motivo, la lampada è stata progettata per avere una luce che va verso il basso e rimbalza lontano dalla superficie del tavolo.

 

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SUJATA BURMAN: Parliamo dell’elemento ricaricabile di questa lampada. Qual è il rapporto dello studio con la tecnologia?

EDWARD BARBER: La cosa interessante è che 10 anni fa non sarebbe stato possibile creare questa lampada, perché la durata della batteria era così scarsa che sarebbe rimasta accesa più o meno un’ora. Mentre adesso, se la si tiene sull’impostazione più bassa (ne ha quattro), dura circa 24 ore e con il tempo migliorerà sempre più. Se Flos produrrà ancora questa lampada tra 10 anni, la si dovrà ricaricare solo una volta al mese!

JAY OSGERBY: Penso che la tecnologia funzioni bene quando è invisibile. Non è certo qualcosa che vogliamo sbandierare. Dovrebbe essere una sorpresa nel modo intuitivo in cui si usa l’oggetto . Anche la lampada Tab utilizzava all’inizio una lampadina alogena, poi è stato necessario passare al LED: per noi questa transizione dalla gesto di sostituire una lampadina a un prodotto che integra già al suo interno la tecnologia.

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Abbiamo lanciato il nostro primo progetto con Flos nel 2007, ovvero la lampada Tab. Ce l’abbiamo entrambi a casa nostra e in studio, è una bella, piccola lampada da lavoro. È stata un successo e lo è stato per quasi 10 anni fino a che non abbiamo creato un’altra lampada di successo, la Bellhop.

UJATA BURMAN: Tab e Bellhop sono indubbiamente degli oggetti ornamentali quanto sono delle lampade.

EDWARD BARBER: Le persone non si limitano a comprare un dispositivo di illuminazione per la casa perché emette una buona luce: vogliono che stia bene in casa loro. Penso che questo sia il motivo per cui vengono attratti dalla lampada Tab e da Bellhop. Soprattutto nel caso di quest’ultima, penso che la considerino come una compagna.

 

SUJATA BURMAN: Cosa dite di Bellhop Floor? Come è nata?

EDWARD BARBER: Abbiamo suggerito a Flos di inserire una piantana nella collezione Bellhop. Così abbiamo capovolto la parte superiore, ma avevamo bisogno di un po’ più di carattere per una lampada su così grande scala. Lo abbiamo ottenuto facendo la parte superiore in vetro, che emette un bagliore davvero piacevole.

 

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SUJATA BURMAN: La paletta di colori per Bellhop Floor include bianco, cioccolato, verde e rosso mattone.. Come avete scelto i colori?

EDWARD BARBER: È sempre abbastanza intuitivo. La scelta del colore è una questione fugace. Si sceglie il colore che sembra giusto in quel momento.

JAY OSGERBY: Un po’ come dare il nome a un bambino. Quando pensi a un nuovo colore, o a un nuovo nome, ne scegli uno e solo dopo pensi a quanto sia stato difficile. Ancora prima di rendertene conto, lo usano tutti.

 

SUJATA BURMAN: Non possiamo parlare di luce senza citare la Torcia Olimpica che vi è stata commissionata nel 2008.

JAY OSGERBY: È stato un progetto grandioso. Stressante, ma molto divertente.

EDWARD BARBER: Circa 3 miliardi di persone in tutto il mondo guardano in televisione la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici e non vuoi certo che la fiamma si spenga proprio in quel momento! Quando abbiamo ottenuto il lavoro abbiamo pensato che sarebbe stata la cosa migliore o quella peggiore che avremmo mai fatto.

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SUJATA BURMAN: Anche se è da un po’ di tempo che non ci potete andare, com’è visitare lo stabilimento di Flos?

EDWARD BARBER: Andare da Flos è sempre divertente. Hanno uno splendido studio di design dove tutto è perfettamente allestito per l’illuminazione. Hanno tutti questi canali intagliati nel pavimento in modo che non si possa inciampare sui cavi. Ci sono diverse stanze allestite in modo da poter provare e misurare i livelli luminosi con avvolgibili automatiche alle finestre. È estremamente efficiente.

JAY OSGERBY: Ci si sente parte della storia dell’azienda. Lavorando ai progetti, incontri persone che sono lì da 50 anni. Ti senti fortunato. Effettivamente in Italia è abbastanza facile trovarsi nello stesso luogo in cui lavoravano i grandi eroi del design italiano. È molto stimolante.

EDWARD BARBER: Quando lavori per aziende con una straordinaria storia di design alle spalle, hai quasi la sensazione di dover migliorare il tuo lavoro, per loro e per te stesso, ottenendo un risultato che non deluda nessuno.

Product Bellhop Floor
Designer E. Barber and J. Osgerby
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Photography Pablo Di Prima