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Definire percorsi e confini

MISO e String Light

Per me, il concetto di confine ha un duplice significato: estremamente limitante da un lato, e incredibilmente creativo dall’altro. Come artista e come immigrata, ritengo che i confini possano essere un qualcosa di tremendamente crudele e spaventoso, eppure, da un punto di vista più creativo, trovo che l’idea di confine sia molto interessante perché i limiti sono portatori di grande valore. A volte i limiti creativi rappresentano dei punti di riferimento a cui ribellarsi o da superare

Human of Light Stanislava Pinchuk (aka MISO)
Art Director Enrico Magistro
Photography Luca Caizzi
Text and interview Alessandro De Agostini
Artwork and sketches MISO

Cosa rappresentano per te i confini, sia come persona sia come artista?

 

Bella domanda. Devo pensarci…
Per me, il concetto di confine ha un duplice significato: estremamente limitante da un lato, e incredibilmente creativo dall’altro. Sul piano politico, io, come artista e come immigrata, ritengo che i confini possano essere un qualcosa di tremendamente crudele e spaventoso, in particolare se penso a quanto il mio paese ha sofferto, proprio per questo motivo. Si tratta di un’esperienza che non ho mai vissuto direttamente, e che forse non proverò mai, eppure, da un punto di vista più creativo, trovo che l’idea di confine sia molto interessante perché, ripeto, in senso creativo, i limiti sono portatori di grande valore. A volte i limiti creativi rappresentano dei punti di riferimento a cui ribellarsi o da superare. Quando ti rendi conto dell’esistenza di vincoli o limitazioni, riesci a pensare oltre. Talvolta riesci persino a sfruttare appieno un determinato mezzo comunicativo, quindi, in quest’ottica, i confini sono un dono straordinario.

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In termini creativi, l’artista vede nei limiti un ottimo mezzo per crescere, diciamo. Alcune delle tue opere sono, di fatto, semplici dal punto di vista strutturale: un insieme di puntini interconnessi, dietro ai quali però si cela un significato profondo. Vorrei chiederti in quante città hai vissuto e quali sono importanti per te. Vorrei anche soffermarmi un po’ su Parigi perché, da quanto ho capito, ti sta particolarmente a cuore.

 

Sì, al momento mi divido tra varie città. Sono quasi sempre on the road e, onestamente, è proprio lì che mi piace stare. Non credo di poter vivere diversamente. Il mio editore si trova qui a Parigi, una città, secondo me, assolutamente incredibile, come pochissime altre al mondo, per via dell’energia che trasmette e del profondo rispetto che nutre verso la figura dell’artista. Eppure, si tratta di una città anche fortemente conservatrice, il che la rende uno straordinario insieme di contraddizioni, ma va bene così. Per come la vedo io, un artista vive di contraddizioni perché, in fondo, essere contraddittorio è nella natura dell’uomo. Comunque, Parigi a parte, la città in cui posso dire di abitare è Sarajevo.

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Come fai a mantenere i rapporti pur viaggiando così tanto e così a lungo? Non intendo il semplice “restare in contatto”, ma il restare vicino alle persone che ami e coltivare relazioni.

 

Ci penso spesso, a dire il vero. Credo si possa dire che la vita degli artisti è indissolubilmente legata al concetto di generosità. Noi viviamo della generosità della gente e dipendiamo sempre dagli altri. È così quando non hai un’entrata fissa, un lavoro stabile o uno stipendio: sei letteralmente, completamente dipendente dalla generosità di qualcun altro. Il che, da un lato, è bellissimo e liberatorio, ma può anche essere stremante. Eppure, è per questo motivo che, secondo me, noi artisti siamo veramente bravi a intrecciare idee, persone e posti, grazie alla nostra curiosità. E poi ci sono le persone che ci danno una mano; noi siamo bravissimi a relazionarci con la gente. Non possiamo farne a meno. Ma è anche vero che adoro il mio iPhone (ride, NdR). Mando messaggi in continuazione, a tutti.

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Perché dici che gli artisti sono più capaci di instaurare relazioni?

 

Secondo la mia teoria, gli artisti sono una classe sociale fluttuante. Direi che, così come i musicisti e a volte anche i giornalisti, gli artisti girano di più il mondo. Noi sappiamo eccellere nell’arte di fluttuare poiché siamo bravissimi a essere poveri e a sentirci parte del mondo vero. Tuttavia, dobbiamo anche inserirci nei circuiti più benestanti, fatti di istituzioni, collezionisti e biennali, quindi spesso valichiamo i confini tra le diverse classi sociali. E allo stesso tempo, la gente si dimostra davvero accogliente nei nostri confronti, si avvicina spontaneamente per condividere le proprie esperienze e iniziare conversazioni estremamente arricchenti. Ho l’impressione che vogliano davvero invitarci a entrare nelle loro vite, perché siamo artisti, non giornalisti. Non vogliamo impossessarci della loro storia e della loro immagine per poi venderle; quindi sono felici di aprirci la porta di casa e lasciarci entrare. Secondo me, noi artisti sappiamo muoverci da un ambiente all’altro con estrema naturalezza.

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Come reagiscono le persone di solito quando le incontri e ti chiedono che lavoro fai?

 

Mi chiedono se realizzo paesaggi o ritratti (ride, Ndr). Sono sempre estremamente ricettivi e di mentalità aperta. Suppongo che il bello del mio lavoro è che non incontro mai persone negative; davvero, mi sembra di conoscere solo le persone più straordinarie del mondo. Il mio lavoro mi porta a incontrare sempre e solo gente meravigliosa, intelligente, attenta, ricettiva ed educata.

 

Sembra essere un lavoro interessante.

 

Oh sì, ed è un aspetto difficile da trovare in altre professioni. Questa è la mia visione in quanto artista: operiamo in un mondo che ci accoglie a braccia aperte.

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Come mai ti concentri così tanto su percorsi, linee e cartine? A volte appare chiara la dimensione temporale delle tue opere, un legame con la storia e con lo studio di questa materia. Altre volte invece i tuoi lavori risultano più concettuali. Ma credo si possa dire che il fattore tempo sia importante per te. Da dove nasce questa idea, o questa necessità, di utilizzare le cartine?

 

Penso che il motivo per cui faccio questo lavoro sia che la mia mente è divisa in due: una metà è più viscerale, l’altra più cerebrale, quindi ho una visione del mondo logica e al contempo emotiva. Di conseguenza, subisco il fascino dei dati, ma anche della poesia o delle emozioni che questi possono suscitare. È una tensione da cui sono fortemente attratta e che crea uno spazio interessante da occupare. Credo che le cartine, la terra e il tempo abbiano una capacità assurda di assorbire memoria ed emozioni. Voglio dire… la terra è un qualcosa di incredibilmente fisico e la memoria storica che racchiude è talmente vasta da dover ricorrere a statistiche per riuscire a esprimerla. Tendiamo a pensare che la terra sotto ai nostri piedi sia compatta e piatta, dimenticandoci forse di quanto sia sensibile. Assorbe tantissimo e resta a testamento delle nostre azioni. Provo un forte interesse verso le rovine, l’archeologia contemporanea e i conflitti, poiché grazie a loro possiamo dimostrare che determinati eventi sono accaduti davvero. Sai, c’è chi vuole negare l’esistenza conflitti, confini, culture e della violenza perpetrata in molte delle zone in cui lavoro, ma queste “ferite tangibili”, tuttora presenti sul territorio, lo rendono molto, molto difficile.

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Come può un essere umano, un artista, gestire la profondità e il dolore che incontra durante il suo lavoro, ed essere comunque una persona così piacevole, piena di gioia ed energia? Perché tu non sembri il tipo di artista malinconico e triste, che preferisce vivere isolato. Come vivi questa tua contraddizione interiore?

 

Ho i miei giorni no. La coesistenza di dolore e sublimazione all’interno dell’artista è un concetto interessantissimo secondo me, e potremmo stare qui a parlarne all’infinito. Innanzitutto, io ho un animo tipicamente slavo, e per noi felicità e infelicità sono presenze costanti. Stiamo bene, ma siamo tristi, siamo fatti così. I drammi della popolazione ucraina ci portano ad avere uno spiccato black humour che ci aiuta a gestire il nostro lato più cupo. Ma forse, se pensiamo alla storia dell’arte e alla nascita del teatro Greco, capiamo che l’unica cosa da fare di fronte a tragedie di tale portata è sublimarle in arte, in processi creativi e in spettacoli teatrali. È il concetto alla base delle feste dionisiache che si sono poi trasformate nelle arti performative che noi tutti ormai conosciamo. La stessa cosa la ritroviamo nel Delta Blues. È come se l’unica cosa che possiamo fare è prendere le tragedie, spingerle attraverso un imbuto e dar loro una forma nuova. Questo è quello che gli artisti sanno fare bene, secondo me.

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Mi dici cinque cose che ami di Parigi?

 

Cinque cose di Parigi che mi spingono sempre a ritornare e che rendono questa città “infinità” secondo me? Direi la combinazione di eclettismo, rispetto assoluto della figura dell’artista e apertura mentale, e al contempo un atteggiamento conservatore e un modo ben preciso e stabilito di fare le cose. Questa tensione, questa complessità, questa contraddizione sono caratteristiche intrinseche della città. E poi, a Parigi c’è una luce unica. Ha qualcosa di magico, soprattutto nel modo in cui cade, e specialmente se c’è una bella giornata. Credo che sia davvero impossibile trovare una luce simile in qualsiasi altro luogo al mondo. E siamo a due… vediamo… amo il rumore della metro e la calma degli spazi verdi. E adoro anche tutti i mercatini, i negozietti e le vecchie librerie. Mi sento meravigliosamente a casa qui.

 

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Human of Light Stanislava Pinchuk (aka MISO)
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Photography Luca Caizzi
Text and interview Alessandro De Agostini
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